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Sorella Terra

Quando Francesco da Assisi regalò al mondo intero il suo Cantico delle Creature non solo fece nascere la storia della letteratura italiana ma ebbe soprattutto il merito di cambiare totalmente lo sguardo del suo tempo sulle cose terrene che per la prima volta vennero indicate come parte del creato e per questo come espressione di Dio. E infatti, tutti sappiamo che il Cantico si presenta come un’intensa lode a Dio che gli giunge attraverso la lode delle sue opere.

Quello che non tutti sappiamo è che questo inno apparentemente semplice e umile in realtà ha avuto il potere di generare una nuova visione della natura che è diventata positiva grazie appunto a questo approccio narrativo. Cioè a dire, se gli elementi presenti nel creato riflettono l’immagine del Creatore essi dunque non possono che essere positivi. Questo concetto fu un autentico ribaltamento di prospettiva in un tempo in cui invece imperava il contemptus mundi, cioè una visione del mondo basata sul Qoelet, il libro dell’Antico Testamento in cui si afferma che tutto è vanità e che non c’è niente di nuovo sotto il sole, che cercava il distacco dalle cose terrene in quanto disprezzabili poiché ritenute marchiate dal peccato e dalla sofferenza.

Per il Poverello di Assisi tutte le cose, essendo create da Dio, sono consanguinee: da fratello Sole a sorella Terra, passando per Luna, stelle, vento, aria, cielo, acqua e fuoco. Ogni cosa è “creatura”. La sua opera quindi introdusse un capovolgimento totale poiché appunto propose un’idea di mondo in cui invece tutto è buono, ad eccezione ovviamente del peccato. E questo lo ha reso un autentico creatore di cultura per tutto il Rinascimento e per il pensiero successivo.

Perché vi parlo di una vicenda che, per quanto nota, è accaduta nel passato remoto della nostra storia? Perché è una lezione emblematica e funzionale all’oggi. Perché, come ebbe a ricordarci giusto un paio di anni fa Alessandro D’Avenia sul Corriere della Sera, la lezione più importante che possiamo trarre dalle parole immortali del Cantico è proprio imparare a dare del tu a nomi e volti, e a gioirne. Imparare a dare loro del tu significa non considerarli “altro da noi”. Non considerarli distanti da noi, privi di legame con noi.
E una volta fatto questo, imparare a dire “grazie” come ha fatto Francesco con l’acqua preziosa, umile e casta o con le stelle luminose, preziose e belle. Certo è un esercizio che richiede coraggio e il coraggio di bene-dire, cioè di dire bene delle cose e delle persone, lo ha solo chi ha il coraggio di riceverle come sono e di impegnarsi per come saranno.

E come saranno le cose del nostro mondo nel prossimo futuro? Nel tempo che ci apprestiamo a vivere giorno dopo giorno, come saranno cielo, vento, acqua, aria, insomma Natura, cioè la nostra Terra? Secondo l’Intergovernmental Science-Policy Platform on Biodiversity and Ecosystem Services (IPBES) – Intergovernmental Panel on Climate Change (IPCC) report on Biodiversity and Climate Change, con gli effetti diretti delle nostre umane attività abbiamo modificato il 77% della terra (esclusa l’Antartide) e l’87% dell’area oceanica. Questi cambiamenti sono associati alla perdita dell’83% della biomassa dei mammiferi selvatici e della metà di quella delle piante. Secondo gli studi il degrado del suolo indotto dall’uomo sta spingendo il pianeta verso una sesta estinzione di massa di specie che oltretutto ci costa oltre il 10% del prodotto lordo globale annuo in perdita di biodiversità e servizi ecosistemici.

Giusto per dare un ordine di grandezza che ci faccia capire la portata in soldoni, si tratta di oltre la metà del PIL totale mondiale! Dalla natura e dai suoi servizi, che di conseguenza sono esposti ai rischi derivanti dalla perdita della biodiversità, dipendono 44 trilioni di dollari di produzione di valore economico.

Ma quali sono i fattori con cui stiamo deteriorando la nostra natura? Su scala globale, il principale fattore di perdita di biodiversità animale e vegetale risiede nella distruzione, degradazione e frammentazione degli habitat, causate sia da calamità naturali (come incendi, eruzioni vulcaniche, alluvioni, ecc.) sia anche, e soprattutto, da profondi cambiamenti del territorio prodotti dall’opera dell’uomo. Per fare qualche esempio possiamo pensare a quante aree selvatiche vengono distrutte per lo sfruttamento di piante o parti di esse utilizzate in cosmetica o da industrie del farmaco. Oppure alla distruzione della foresta tropicale a favore di coltivazioni di soia o canna da zucchero o palma da olio.

Una ricerca basata sui dati raccolti dai satelliti della Nasa Landsat tra il 2000 e il 2010 dimostra che queste foreste sono sempre più frammentate, prevalentemente in Africa forse a causa del forte incremento della rete stradale, tuttavia proseguendo a questo ritmo più della metà della superficie forestale si troverà in zona critica entro la fine del secolo.

È necessario agire. Anche perché pure l’inazione ha un costo, ed è stimato che non agendo da qui al 2050 ci costerà una cifra sbalorditiva che ammonta ad almeno 14 trilioni di dollari. Il 7% del PIL globale. Allora occorre certamente che governi, istituzioni, aziende, comunità, società e singoli individui si mobilitino sul serio. Ma serve anche la nostra partecipazione: non è più possibile lasciare che un tema così centrale in termini politici e così nodale in termini di sopravvivenza venga ancora guardato come una moda eccentrica quanto passeggera. Non possiamo più parlare di ambientalismo come se fosse un argomento distante e non tangente con le nostre realtà. Come abbiamo visto le nostre abitudini hanno compromesso gravemente il nostro ecosistema, non c’è più spazio per l’inconsapevolezza.

È vero che la schiettezza con la quale vi ho raccontato il dato di fatto rasenta la brutalità, ma quanto prima comprendiamo che continuare a indorare la cosiddetta pillola non sarebbe di certo la scelta migliore perché ci farebbe abbassare ulteriormente la soglia di attenzione, quindi la guardia, tanto prima attuiamo le contromisure adeguate all’urgenza.

Che serva una rivoluzione totale del nostro sguardo sulle cose terrene è lampante. La strada che ai suoi coevi ha indicato Francesco componendo il Cantico è un esempio della necessità ancora tutta attuale di imparare di nuovo a dare del tu agli elementi che costituiscono gli habitat in cui viviamo, in cui agiamo e che modifichiamo con i nostri comportamenti inconsapevoli. Per lui la natura non esisteva come entità astratta, non c’erano gli alberi in generale ma questo o quell’albero così come non esisteva l’umanità in generale ma questo o quell’uomo. Così facendo allontanava l’idea di estraneità a noi che interviene quando generalizziamo e avvicinava il concetto di prossimità e di circostanza, cioè di ciò che ci sta attorno.

Cosa significa? Significa che l’abitudine di considerare gli elementi della natura solo come la cornice in cui le nostre esistenze sono ambientate è da scardinare. Essi non sono altro di distinto da noi, non sono uno sfondo inerte per quanto bello dove le nostre vite si stagliano cristallizzate come in un selfie. Dalla natura e dai suoi servizi ecosistemici dipendono fortemente le nostre economie e dunque noi. Ecco perché come ho già scritto poche righe sopra serve che ciascuno di noi abiliti il proprio coraggio di impegnarsi per come saranno.