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Pigro sì, ma puoi cambiare!

Pigro: [dal latino pigrum]
Stessa radice di pinguis (pingue/grasso), onde il senso di pesantezza e lentezza. Il pigro è chi fa fatica a essere coinvolto nelle cose, chi è sordo e lento nell’ascolto. Svogliato e apatico non manifesta cura e interesse per nulla. Si riconosce anche per la sua propensione alla procrastinazione. È ben consapevole che questo atteggiamento nei confronti della vita non porta a nulla ma sembra che gli manchi quel quid per adottare dei comportamenti che lo aiutino a superare la sua tendenza a procrastinare.

Tutto è cominciato sulla gradinata di una piazza. Una sera, dopo essermi per anni adeguato per paura a comportamenti e ritmi proposti dai miei coetanei, è nata nella mia mente una domanda: “Ti basta come stai vivendo o vuoi qualcosa di più?”. Mi sono alzato per trovare una risposta, mentre gli altri sono rimasti seduti. È nato “dentro” un desiderio forte, un’esigenza di pienezza perché ero insoddisfatto. Dopo anni colgo in ogni persona che incontro le due strade: chi rimane seduto sui gradini e chi ha il coraggio di cercare, di alzarsi. I primi passi in salita sono stati faticosi, poi la ricerca di risposte si è fatta sempre più coraggiosa, e oggi il cambiamento è diventato un nuovo stile di vita, salgo e scendo dalla gradinata liberamente.

Osservo ancora oggi uomini che non si lasciano scalfire da alcun evento, rassegnati e pigri di fronte a qualsiasi stimolo e movimento. Quante volte ho cercato con le parole di spronare, di convincere, di interessare gli amici a cui ero più legato. Di fronte a questo atteggiamento di indolenza spesso ho usato la forza, la costrizione come strumento per far cambiare la situazione. Ma i risultati di questo approccio sono stati deludenti. Mi chiedevo “Come può una persona non manifestare interesse per nulla?”.

Ma la domanda non era ancora quella corretta.

Ho scoperto che in verità il pigro è colui che ha bisogno di qualcosa in più, di qualcosa di più bello, ha bisogno di motivazione e di significato. In natura la pigrizia non esiste e non esiste neanche “l’uomo” pigro. Un bambino non è pigro, semplicemente asseconda la duttilità della vita, cerca qualcosa in più, uno stimolo nuovo, qualcosa di più grande e bello che riesca ad appassionarlo e a coinvolgerlo, un giocattolo nuovo. Il pigro è pigro perché quello che vive non gli piace.

Ecco dunque la grande indicazione: tu fai quello che ti piace, sei attirato da ciò che ti piace. Tu procedi e cambi per processi di gioia.

Cerchiamo di capire bene. La condizione in cui vive il pigro è una condizione che incatena. Quello che vive non gli piace, non lo ricarica, non lo attiva, e paradossalmente la pigrizia gli piace. Sta a noi mostrargli qualcosa di bello, una gioia nascosta o ignorata, non per colpire la pigrizia, ma per creare in lui un nuovo desiderio. È il gioco delle chiavi, funziona sempre: quando sono davanti a un bambino che piange, prendo un mazzo di chiavi colorate che ho sempre in tasca, le porto all’altezza dei suoi occhi, le agito perché dal loro contatto ne nasca un suono e in un istante quel bambino smette di piangere, sul suo viso compare un sorriso e mi chiede di consegnarglielo. Non uso parole di convincimento con il bambino, non lo interrogo sul motivo del suo pianto, non gli dico che non è opportuno piangere, ma stimolo in lui un nuovo desiderio nella speranza che gli piaccia di più del suo pianto.

In ebraico il pigro è definito come “mancante di forza”, ha bisogno di aiuto e non riesce da solo ad attivarsi per cercare qualcosa di diverso perché è dentro a un circolo vizioso. Bisogna attivarlo nello sguardo, perché l’occhio è attirato da ciò che piace e si muove. Non è un alibi per il pigro che sembra giustificato nel suo stile di vita, ma è la responsabilità, ad esempio, di un insegnante che, di fronte a un gruppo di studenti distratti, deve interrogarsi sul suo metodo d’insegnamento più che sulla poca disponibilità dei ragazzi a seguirlo.

Nella mia vita ho incontrato educatori straordinari e preparati, che sono riusciti dove altri avevano fallito. Educatori che non si sono rassegnati alla risposta emotiva dei ragazzi, che non si sono ritirati con facili giudizi dopo aver osservato i loro comportamenti, ma che hanno avuto la capacità di tornare a sedersi sui gradini della pigrizia, che hanno quindi saputo ascoltare le motivazioni dei ragazzi, le loro storie, per scoprire i loro interessi e creare un primo ponte di incontro.

Hanno creato con loro prima di tutto un rapporto di fiducia, hanno saputo proporre un cambiamento perché hanno curato il metodo della proposta stimolando per processi di gioia i loro desideri. Si può partire dal movimento semplice di un mazzo di chiavi, per continuare nella ricerca misteriosa di una chiave di accesso dei desideri nascosti in ciascuno di noi.

Sappiamo, infatti, che il processo del desiderio e del gusto è all’origine della creazione. L’uomo e la donna, pur vivendo in un luogo che la Bibbia definisce “Eden” (in ebraico “luogo di pieno godimento”), vengono sedotti e attirati attraverso un meccanismo psicologico che conosciamo bene: “Sei felice? Potresti esserlo di più!”.

A partire da questa domanda possiamo proporre un cambiamento nella speranza di stimolare un nuovo stile di vita. Non è un banale impegno quello che sono qui a offrire, ma un esercizio, il coraggio di cambiare gusto. È come entrare in una gelateria per tanti anni e continuare a scegliere sempre i soliti gusti, privandoti della possibilità di assaggiare qualche novità.

Per passare dalla teoria alla pratica inizia per gradi, questi sono i primi passi:

1. Stai seduto nella tua pigrizia, ma chiediti: “Ti basta come stai vivendo o vuoi qualcosa di più?”
2. Non lamentarti: quello che stai vivendo ti piace più di un cambiamento. L’unica schiavitù è nella tua mente, ma è finta! Se sei pigro puoi cambiare, perché sei un uomo libero.
3. Fantasia e creatività sono necessari per stimolarti verso un nuovo interesse, un nuovo piacere. Non lasciarti spegnere, è uno spreco inutile. Sii ancora curioso!
4. Alzati per cercare ciò che ti manca: sarai più felice.

Si ringrazia Andrea Segato per l’articolo.

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