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Il cibo del futuro non è mai stato così “passato”

Per capire in che direzione è necessario andare è utile sapere da dove si è venuti.
L’uomo oggi sogna un futuro diverso, più sano, più ecosostenibile e più etico anche dal punto di vista alimentare. Ma questo futuro si può concretizzare e realizzare solo se teniamo ben presente qual è il nostro passato e quali sono le nostre vere esigenze nutrizionali.

Non intendo però fare una riflessione su come mangiavano i nostri nonni o i contadini di cento anni fa, troppo spesso erroneamente presi come esempi di un mangiare genuino e sano. Intendo andare molto più indietro nel tempo, prima dell’era industriale, prima dell’introduzione dell’agricoltura e dell’allevamento, prima che l’uomo iniziasse il suo sorprendente percorso di civilizzazione e si distaccasse per sempre dall’ambiente naturale.

Torniamo quindi nel mondo di 200.000 anni fa, in piena era paleolitica, periodo a cui risalgono i primi segni dell’Homo Sapiens. Gli scienziati ci dicono che da questo momento in poi il nostro DNA, e quindi la funzionalità dell’organismo, non sono cambiati per nulla. In sostanza l’evoluzione umana da 200.000 anni è biologicamente immobile e si è realizzata esclusivamente sul piano del progresso tecnologico e della civilizzazione che ne è conseguenza.

Di fatto siamo quindi uomini paleolitici proiettati nel mondo moderno, beneficiari di innumerevoli vantaggi ma anche vittime di qualche problema. Proprio il fatto che il nostro DNA non sia programmato per lo stile di vita moderno dà luogo a quella che gli scienziati chiamano discordanza evolutiva, ossia una sorta di frizione tra le esigenze biologiche imposte dal nostro codice genetico e le comodità della vita moderna a cui ci siamo abituati nel corso dei secoli. Per esempio, il nostro DNA ci implora di muoverci e di non mangiare troppo e, invece, meno del 5% degli adulti svolge il minimo di 30 minuti di attività fisica al giorno e l’eccessivo consumo di cibo sta trasformando l’obesità in una vera e propria epidemia mondiale. E ancora, l’introduzione dell’agricoltura e dell’allevamento, avvenuta circa 10.000 anni fa, ha permesso di sfamare una popolazione crescente ma i reperti scheletrici indicano che in parallelo l’uomo si è rimpicciolito e ammalato di più. La vita media più lunga dell’uomo moderno sarebbe quindi il risultato della riduzione della mortalità infantile e dell’introduzione di alcune terapie fondamentali come gli antibiotici, piuttosto che di un vero e proprio rafforzamento della specie. Anzi, è ipotizzabile che l’uomo si sia progressivamente indebolito ma che il progresso e la civilizzazione abbiano, almeno fino ad adesso, permesso una vita più lunga.

Non è quindi un vezzo andare indietro nel tempo per cercare di raccogliere informazioni su come andare avanti in modo migliore. Va tenuto presente peraltro che le raccomandazioni nutrizionali attuali sono in larga misura formulate sulla base di osservazioni epidemiologiche che danno, nel migliore dei casi, qualche indicazione generale ma ben poche certezze.

E fare chiarezza è fondamentale in particolare in un momento in cui sempre più persone si interessano alla nutrizione ma a volte emergono teorie e ricostruzioni a dir poco fantasiose se non del tutto infondate. Le ricerche da studiare non mancano e spesso ci forniscono indicazioni molto diverse da quelle considerate oggi come valide. Per esempio si stima che i nostri antenati ottenessero circa il 35% dell’introito calorico da grassi, il 35% da carboidrati e il 30% da proteine, una ripartizione molto diversa da quella usata nelle raccomandazioni ufficiali che parlano del 55% delle calorie da carboidrati, il 30% da grassi e solo il 15% da proteine. Inoltre la quasi totalità dei carboidrati proveniva da vegetali e qualche frutto ma certamente non da cereali.

In un prossimo approfondimento scopriremo le regole base per una sana alimentazione che impariamo proprio dal passato.

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